


Trascurando l’estetica di tali modelli, pur con le dovute migliorie del caso, la preparazione del caffè utilizzando questi macchinari a vapore non garantiva sempre ottimi risultati poiché spesso risultava troppo amaro. Alla fine degli anni quaranta si risolverà il problema con un cambiamento importante:il funzionamento a vapore verrà sostituito dal funzionamento a pistone. L’invenzione è fondamentale perché i nuovi modelli funzionano con esclusione totale di vapore e preparano un infuso unicamente di polvere di caffè e di acqua bollente, permettendo di ottenere una vera e propria “crema caffè”, più aromatica, più sostanziosa e più densa dei normali espresso. Si tratta, in pratica, pur con le differenze del caso, di una sorta di napoletana “meccanizzata”, ben lontana, per qualità di bevanda, dai primi modelli con funzionamentro a vapore.

Tra i modelli più conosciuti che utilizzano tale sistema, la Gaggia modello Classica 1948. Sulla scia di queste innovazioni tecniche e stilistiche nascono e si sviluppano molte case produttrici meno conosciute, ma non per questo meno interessanti delle più famose Bezzera, La Pavoni, Victoria Arduino, La Cimbali, La San Marco, Universal, Faema e Gaggia. Sono decine e decine ed hanno prodotto modelli significativi soprattutto sotto il profilo stilistico proponendo al pubblico linee al passo con le tendenze del gusto . Lo streamline d’importazione americana, che ha coinvolto i settori più vari della produzione con particolari accenti in quello automobilistico ed in quello degli elettrodomestici (dal frullatore al frigorifero), ha influenzato anche il mondo della preparazione del caffè suggerendo forme sinuose ed avvolgenti, carter paragonabili a particolari d’auto o a juke-box, non in stretta connessione con specifiche necessità d’uso. In qualche modo è la spettacolarità dell’oggetto in sé ad avere la meglio sui contenuti tecnici dei prodotti e ciò è abbondantemente testimoniato dalla ricchezza di proposte offerte coi più vari effetti decorativi di sicuro impatto sul pubblico. Del resto il caffè era ed è il prodotto più richiesto nei bar e la macchina che ne permette la preparazione deve avere un aspetto conseguente.
Tra la fine degli anni Quaranta ed i primi anni Cinquanta, le necessità pratiche e le ragioni di un mutato panorama progettuale in ogni settore della produzione industriale spingono le aziende di macchine espresso ad orientarsi verso una produzione sempre più industriale, di numeri maggiori, per un pubblico sempre più vasto. Il rito quotidiano del caffè è tipico di ogni italiano (e non solo) e viene consumato da un numero sempre crescente di clienti nei bar. Le necessità di orientarsi verso le grandi serie e la voglia di cambiare e sperimentare, in un momento così fortemente creativo, dopo i pesanti anni delle seconda guerra mondiale, inducono i produttori a rivolgersi ad architetti e designer per studiare mirati prodotti in linea con le mutate esigenze. Il dopoguerra ha visto alcuni tra i capolavori indiscussi del design italiano dalla Vespa alla Lambretta, dalle sperimentazioni con la gommapiuma di Marco Zanuso per la Arflex, all’avvento delle materie plastiche ed alla nascita di Kartell. Anche nel settore delle macchine da caffè assistiamo, grazie all’intraprendenza della Pavoni all’ingresso di Gio Ponti, una delle figure chiave nel panorama della progettazione (dall’architettura, al design, all’arredamento) del Novecento. Proprio con Gio Ponti assistiamo ad un cambiamento fondamentale nella storia delle macchine espresso: dopo quasi cinquant’anni dalla sua nascita la macchina cambia aspetto radicalmente. Per la Pavoni si tratta della prima macchina dotata di caldaia orizzontale che va a sostituire quella a sviluppo verticale dei modelli precedenti.

Con questo modello, l’architetto non si limita a disegnare un’elegante carrozzeria, ma vuole mettere chiaramente in evidenza le funzioni di ogni parte della macchina, enfatizzandone le componenti, ed avvalendosi di elementi “aerodinamici” atti ad accogliere con tali linee avvolgenti, i gruppi d’erogazione.
Questo modello, autentico monumento al caffè espresso, rappresenta a tutt’oggi uno dei pezzi di più difficile reperibilità e di maggior pregio, proprio per l’epocale cambiamento estetico introdotto nel settore. Dalla preziosa collaborazione di Gio Ponti con la Pavoni sono nati altri interessanti modelli creati con l’architetto Alberto Rosselli e con l’ingegner Luigi Fornaroli, come la celebre serie Brasilia del 1961. Sempre Gio Ponti, fondatore e direttore della rivista Domus, una delle più accredidate pubblicazioni mensili di architettura già dagli anni Trenta, con l’appoggio della medesima e di Casabella, altra testata storica e di Stile e Industria, neonata rivista di industrial design diretta da Alberto Rosselli, propone, per conto della Pavoni un concorso per la realizzazione di un nuovo modello. Il progetto vincitore, un altro caposaldo nella storia di queste macchine, è il modello Concorso (più tardi definito “Diamante) di Bruno Munari ed Enzo Mari. Questi due progettisti creano un modello in cui la carrozzeria è costituita da elementi componibili in lamierino stampato, la cui aggregabilità variabile (tema progettuale assai caro ad entrambi i designer ed origine di numerosi e fortunati progetti quali ad esempio, il sistema di apparecchi per illuminazione “Aggregato” di Enzo Mari per Artemide) consente di variare le combinazioni di colore e di usare un numero diverso degli stessi elementi a seconda delle differenti lunghezze delle macchine.
Nel 1961, dopo una serie di modelli interessanti per i quali si rimanda al capitolo “Repertorio” in cui sono elencati ed illustrati con apparati fotografici e schemi tecnici gli esempi più interessanti della produzione italiana fino al 1962, Faema lancia sul mercato la famosa E-61 che prende il suo nome dall’eclissi solare avvenuta proprio in quell’anno. La E-61 è una macchina ad “erogazione” tra le più diffuse. Con questo sistema cambia il modo di fare il caffè al bar, introducendo lo standard tuttora in uso.

Del 1962, un classico dei due fratelli Castiglioni, Achille e Piergiacomo, il modello Pitagora per La Cimbali che ha fruttato ai progettisti il massimo riconoscimento italiano ad un progetto di buon design: il Compasso d’oro. Si tratta di una tappa importante, l’ultima nella nostra storia. Con l’abilità che contraddistingue tutti i progetti dei Castiglioni, questi sono riusciti a concepire un modello in cui il carter è completamente ad incastro, garantendo, conseguentemente un’ottima manutenzione ed una maggiore semplicità produttiva ed aprendo in qualche modo la strada verso un nuovo modo di concepire e realizzare le macchine da bar.

Testo tratto dal libro "Espresso Made in Italy"