prosperi alpini (Libro della Collezione Enrico Maltoni)
Rivelò il caffè agli europei di Anna Buoncristiani
Era il 1592; Prospero Alpini (o Alpino, per l'incerta italianizzazione di Prosper Alpinus) in una sua opera botanica parlava di una bevanda molto usata in Egitto, la caova, magnificandone gli usi curativi e descrivendo la pianta dai cui i semi tostati si preparava.
Allora in Europa non se ne sapeva niente; forse nello stesso anno ne aveva fatto cenno un medico tedesco, Leonhard Rauwolf, che perciò contende all'Alpini il primato della notizia.
I due studiosi non potevano certo immaginare il largo uso che di quella bevanda in seguito si sarebbe fatto nel mondo: si trattava del caffè, la cui origine, pare antichissima, si perde tra storia e leggenda.
Sicuramente alla metà del quindicesimo secolo si sorseggiava in Yemen: Linneo nella sua classificazione chiamò la pianta Coffea arabica proprio per la zona in cui era diffusa. L'uso trovò consensi sempre più ampi tra gli arabi, che non potevano bere alcolici.
La religione islamica apprezzava la proprietà di stimolare intelligenza, creatività e fantasia, a differenza del vino che dava sonnolenza e distrazione.
L'abitudine di bere caffè arrivò poi al Cairo, dove lo conobbe l'Alpini, che visse là poco più di tre anni come medico di Giorgio Emo, console della repubblica veneta.
Nato a Marostica (Vicenza) il 23 novembre 1553, l'Alpini era stato avviato alla carriera militare, che però abbandonò ben presto. Si iscrisse così all'università di Padova, dove si laureò in medicina nel 1578. Dopo aver esercitato brevemente la professione a Camposanpiero, nei dintorni di quella città, stipendiato dal governo municipale, fu voluto come medico dall'Emo che andava al Cairo.
I due, partiti da Venezia nel settembre 1580, arrivarono a destinazione solo nel luglio dell'anno seguente, dopo essere stati costretti anche a una sosta ad Alessandria a causa della peste. Durante il tragitto l'Alpini approfittò di uno scalo a Creta per studiare le piante dell'isola, molte delle quali in seguito descrisse per primo.
Dopo il ritorno dall'Egitto fu assunto come medico personale da Giovanni Andrea Doria, trasferendosi a Genova, dove esercitò la professione anche privatamente con gran successo, tanto da essere considerato il miglior medico.
Tornò a Venezia nel 1590 e vi rimase quattro anni, finché per i suoi studi botanici fu nominato lettore dei semplici (le erbe medicinali) all'università di Padova. Nel 1591 scrisse — in forma di dialogo con il suo maestro Melchiorre Guilandino — il De medicina Aegyptiorum, uno dei primi studi di medicina non europea, in cui parlava di malattie, igiene, profilassi e cure conosciute nel soggiorno in Egitto, dove era praticata la medicina turca. In quel paese aveva incontrato la tecnica della moxa, e ne fu tanto interessato da farla conoscere in Europa.
Lo stesso anno nel De balsamo dialogus accennava al balsamo e al vegetale che lo produceva, di cui aveva portato a Venezia un esemplare vivo.
Egli pensava che derivasse non dall'Egitto, ma dall'Arabia. Su quella pianta si discuteva fin dall'antichità; dopo la descrizione da lui fatta se ne continuò a parlare per quasi due secoli, finché Guglielmo Le Moine, allievo di Linneo, non dette ragione all'Alpini.
Il 1592 vide l'uscita del De plantis Aegypti, anch'esso sotto forma di dialogo con il Guilandino, in cui erano illustrati alberi e arbusti, spontanei o coltivati, usati in Egitto per curare le malattie; tra di essi, presentati per la prima volta agli europei, il caffè, il baobab e il banano. Alcune descrizioni furono inserite un secolo e mezzo dopo negli scritti di Linneo, che omaggiò lo studioso veneto dedicandogli un genere delle zingiberacee, l'Alpinia.
Nel 1601 uscì un lavoro strettamente medico, De praesagienda vita et morte aegrotantium, primo trattato di semeiotica dopo Ippocrate e Galeno; ebbe un tal successo che uscì in sei edizioni.
Nel frattempo, l'Alpini fu nominato prefetto dell'orto botanico e ostentore dei semplici, ruoli che svolse fino alla morte, pur continuando a fare il medico. Nel 1612 pubblicò il De rhapontico, in cui illustrava una specie di rabarbaro, il rapontico appunto, arrivatagli dalla Tracia. L'Alpini l'aveva fatta attecchire, e dunque sperava che potesse sostituire il rabarbaro che veniva importato dall'Asia a caro prezzo.
Intanto, forse per l'aggravarsi di una malattia renale contratta in Egitto, la morte lo colse a sessantatré anni esatti, il 23 novembre 1616. Fu sepolto a Padova nella basilica del Santo.
L'opera De plantis exoticis fu pubblicata postuma dal figlio Alpino, anch'egli prefetto dell'orto botanico. Vi si descrivevano specie, quasi tutte nuove per la scienza di allora, che crescevano nell'isola di Creta, ma anche in Egitto, in Francia, in Italia, e nel giardino del patrizio veneto Nicolò Contarini, che a Camposanpiero coltivava rarità.
L'opera conteneva anche osservazioni dello stesso Alpini su piante ottenute da semi che gli erano stati inviati da vari luoghi. Postumo uscì anche Rerum Aegyptiarum libri quattuor, con informazioni zoologiche e mineralogiche, ma anche sugli usi e costumi, e sui monumenti antichi dell'Egitto, che rivelavano un autore non solo scienziato, ma anche attento osservatore di tutto ciò che lo circondava.
Traduzione dal libro: “De Plantis Aegypti” di Prospero Alpino Capitolo: “de bon – cap. Xvi” - “riguardo al bon cap. 16”
Titolo: “alpinus” - “alpino”
Vidi una pianta nella serra di Turca Halibey, di cui tu ora vedrai l’immagine, della quale quei semi la’ diffusissimi, chiamati Bon o Ban, sono prodotti: da questi, tutti, sia Egiziani che Arabi preparano un decotto (probabilmente meglio il termine “infuso”, n.d.t.) molto diffuso, che gli stessi bevono al posto del vino, e che si vende nei locali pubblici, non diversamente che da noi il vino: e quelli lo chiamano Caova.
Questi semi sono importati dalla fertile Arabia. Ho notato che la pianta, che ho detto di aver visto, era simile a un “Evonomo”, ma tuttavia aveva foglie più grosse, più robuste, più verdi e di un verde perenne.
L’uso di quei semi è notissimo a tutti, per preparare il decotto che ho detto. Peraltro è fatto uso del decotto per dar vigore al ventricolo più freddo, a risolvere la congestione, ed egualmente a togliere ostruzioni alle viscere; nelle malattie del fegato e nelle ostruzioni fredde e di vecchia data (croniche), viene sperimentato il decotto con il successo maggiore per molti giorni.
Così pure la cosa sembra riguardare l’utero in massimo grado, in quanto giova ad esso e ne toglie le ostruzioni; è infatti di uso corrente presso molte donne egizie e arabe, come sempre, durante le ricorrenze mestruali, ed esse sorbiscono molto di questo decotto in ebollizione e ne traggono giovamento. L’uso di questo decotto è utilissimo, liberando il corpo per molti giorni anche in quelli che sono indeboliti per stimolarli.
Avicenna (filosofo e scienziato) fa memoria di questi semi, e di questi tramanda usi simili o eguali a quelli qui narrati. Stabilisce anche che lo stesso seme è secco al secondo stadio e caldo al terzo, ciò che tuttavia non sembra vero, mentre il seme diventa più dolce al sapore, e preferiva l’assenza di asprezza con un po’ di amaro.
Nondimeno insegnò che lo stesso infuso aiutava molto nelle ostruzioni intestinali, nei malori freddi del fegato. Ma disse che provocava nausea allo stomaco, purgava gli organi interni, e che questi semi avevano molti altri effetti, come appresi dall’esperienza presso gli Egizi. E questa è la pianta, che un tempo avevo visto al Cairo.
“AD CAP. XVI” - AGGIUNTA CAPITOLO 16
Nelle serre d’Egitto, quelle appunto in cui mi fu concesso di accedere, non ritrovai più questa pianta. Tuttavia nulla è più gradito al popolo di quello stesso frutto che portato dallo Yamin (Yemen – n.d.t.) o dalla più fertile Arabia, tra le merci in vendita di un preciso settore, conquista quante più persone, e questi lo stimano al modo di Avicenna.
La bevanda preparata dalla cottura di questo è venduta in qualcosa come mille taverne nella città di Menfi, e una gran moltitudine di uomini la sorseggia ancora calda, sia che cerchi ristoro nel propizio riposo o sostegno alla buona salute: specialmente quando la debolezza prende il cuore o i visceri.
E non mancano coloro che stemperano l’amaro della bevanda con lo zucchero e che mettono tra le propizie specialità (sfiziosità – n.d.t.) il nucleo integro del frutto incrostato di zucchero.
E non solo in Egitto, ma anche nelle terre confinanti, tutto questo è molto spesso in uso: la qual cosa da un lato induce prezzo elevato e dall’altro tra gli Europei costituisce talvolta rarità di medicamento molto utile.
Diversa è l’armonia delle qualità, che chiamano caratteri, in questo fatto. Infatti la buccia contiene la parte fredda, peraltro con evidente natura secca, invece il nucleo è moderatamente caldo. Quello, con una certa leggera acidità; questo colpisce il senso della lingua (del gusto – n.d.t.) con evidente amarezza, ma ne è dannoso allo stesso a causa di un grado più intenso di calore; talora può essere moderatamente tostato o anche tritato nel marmo con un pestello di legno.
L’infuso di buccia viene dato più propriamente ai febbricitanti durante gli ardori estivi; e ancora quando umori freddi e densi sono di impedimento ai visceri e ai condotti comuni del corpo causa un malore nocivo, è da preferire la seconda parte ottenuta dal nucleo tostato e tritato: senza dimenticare il trattamento di ciascuna delle due parti, quando l’utilizzo lo esige.